Il principio di precauzione: lo abbiamo dimenticato proprio quando ne avremmo più bisogno?
Ci ripetono continuamente che dobbiamo fidarci della scienza. Ma la scienza dovrebbe insegnarci soprattutto una cosa: riconoscere ciò che ancora non sappiamo. Allora perché, quando una nuova tecnologia entra nella catena alimentare, sembra che fare domande sia diventato più sospetto che non farle?
Il dubbio non è il nemico della scienza
C'è una frase che sentiamo spesso quando viene introdotta una nuova tecnologia: «È stata autorizzata». Tre parole che sembrano chiudere qualsiasi discussione.
Ma autorizzata significa che un prodotto è stato valutato secondo determinati criteri e che il rapporto tra benefici e rischi è stato considerato accettabile. Non significa necessariamente che ogni possibile conseguenza sia già conosciuta.
Il dubbio, quando nasce da domande precise, non è un attacco alla scienza. È uno dei motivi per cui la scienza esiste.
Il principio di precauzione non è un ostacolo al progresso
Il principio di precauzione parte da un'idea semplice: quando esistono ragioni scientificamente plausibili per temere conseguenze importanti, l'assenza di certezze complete non dovrebbe diventare automaticamente una ragione per rinunciare a misure proporzionate di prevenzione.
Non significa bloccare qualsiasi innovazione o pretendere il rischio zero. Significa riconoscere, studiare e gestire l'incertezza.
E se fosse proprio quando alcuni dati sono ancora in fase di raccolta che dovremmo fare più domande?
Il caso dei vaccini contro l'influenza aviaria
Nel 2026 è stato avviato in Italia un progetto pilota di vaccinazione contro l'influenza aviaria ad alta patogenicità in alcuni allevamenti avicoli. L'obiettivo è contrastare una malattia capace di provocare gravi perdite negli allevamenti e problemi sanitari ed economici.
Il programma prevede un vaccino vivo ricombinante, basato su un herpesvirus del tacchino modificato per esprimere un antigene H5, seguito da un richiamo con un vaccino a subunità.
Non sappiamo se, e quanto la tecnologia sia pericolosa. Ma proprio perché è articolata, perché non dovremmo pretendere informazioni altrettanto approfondite e comprensibili?
Zero giorni. Ma zero che cosa?
Per i vaccini considerati è previsto un tempo di attesa di zero giorni per i prodotti destinati al consumo alimentare.
Significa che, secondo la valutazione regolatoria, non è richiesto un intervallo di sospensione prima dell'utilizzo alimentare. questo però, non significa che ogni componente vaccinale scompaia immediatamente dall'organismo.
Quali componenti sono stati cercati nei tessuti? Con quali metodi? In quali momenti? Quali risultati sono pubblicamente consultabili?
Non sto insinuando che la carne sia pericolosa. Sto dicendo che una conclusione regolatoria e una dimostrazione di assenza assoluta sono due cose completamente diverse.
Autorizzato in circostanze eccezionali
Uno dei vaccini di questa categoria, Vaxxitek HVT+IBD+H5, ha ricevuto un'autorizzazione europea in circostanze eccezionali e questa situazione mi ricorda qualcosa.
È una procedura prevista dalla normativa che permette, in situazioni specifiche, di autorizzare un medicinale veterinario anche quando non è stato possibile presentare tutti i dati normalmente richiesti, imponendo condizioni e successive verifiche.
Questo non significa che il prodotto sia privo di controlli o che sia stato dimostrato pericoloso.
Però, se una parte delle informazioni deve ancora essere completata, perché il cittadino non dovrebbe conoscere quali dati sono disponibili, quali mancano e quando verranno pubblicati quelli successivi?
In Italia sì. All'estero no.
Nel progetto pilota italiano è prevista una limitazione alla commercializzazione fuori dal territorio nazionale dei prodotti provenienti dagli allevamenti coinvolti.
La spiegazione indicata riguarda regole sanitarie, tracciabilità, certificazioni e condizioni degli scambi internazionali. Non è una prova assoluta che i prodotti siano considerati pericolosi, però....
Ma perché informazioni così importanti devono essere cercate dentro documenti tecnici invece di essere spiegate chiaramente ai consumatori? Perché i consumatori non hanno la possibilità di scegliere quale prodotto consumare?
E dopo la cottura?
Che cosa rimane effettivamente nella carne dopo la cottura? Il calore può inattivare un virus senza necessariamente eliminare ogni frammento del suo materiale genetico.
Attenzione: trovare un frammento di DNA non significa trovare un virus infettivo, né dimostrare un danno per chi mangia quell'alimento.
Nella ricerca documentale esaminata non ho trovato studi indipendenti pubblicati che analizzino specificamente, prima e dopo la cottura, tutti i componenti di interesse nella carne proveniente da animali vaccinati con questi prodotti.
Questo non prova che tali studi non esistano né che i prodotti siano pericolosi ma la scienza una volta era anche dibattito. Perché non rendere facilmente consultabili analisi indipendenti sui tessuti destinati al consumo?
Chi controlla chi controlla?
Una parte importante dei dati necessari per autorizzare nuove tecnologie viene prodotta o commissionata dalle aziende che le sviluppano. I dati vengono poi valutati dalle autorità competenti.
Questo modello non dimostra automaticamente un conflitto di interessi o una manipolazione. Ma lascia aperta una questione: quanto spazio viene dato a verifiche realmente indipendenti, riproducibili e accessibili?
Un'azienda ha un interesse legittimo a sviluppare e commercializzare il proprio prodotto. Il cittadino ha un interesse altrettanto legittimo a conoscere i dati che ne sostengono la sicurezza. Questi interessi possono convivere, ma non dovrebbero essere confusi.
E se il vero problema fosse l'abitudine ad accettare?
Siamo diventati bravissimi a delegare. Deleghiamo la produzione del cibo, la valutazione delle tecnologie, il controllo delle sostanze e perfino la comprensione delle informazioni.
Ma la fiducia non si impone: si costruisce con dati accessibili, controlli indipendenti, spiegazioni comprensibili e disponibilità ad ammettere che alcune risposte richiedono ancora tempo.
Non è necessario immaginare un grande complotto per riconoscere che un sistema ha punti deboli. A volte bastano interessi economici, urgenze produttive, burocrazia e comunicazione poco trasparente.
Il principio di precauzione vale anche quando è scomodo
Quando si tratta delle nostre scelte personali, ci viene chiesto di leggere le etichette, limitare le esposizioni inutili e prestare attenzione a ciò che mangiamo.
Quando invece le decisioni riguardano tecnologie introdotte su larga scala, il cittadino può trovarsi davanti a valutazioni molto complesse, difficili da verificare autonomamente.
Perché la prudenza dovrebbe essere una virtù nelle scelte individuali e un fastidio quando chiediamo maggiore trasparenza sulle decisioni collettive?
Il principio di precauzione dovrebbe servire a proteggere da rischi plausibili attraverso decisioni proporzionate alle prove disponibili, non a spaventare le persone.
Domande frequenti
Zero giorni significa che non rimane nulla nell’animale?
No. Significa che non è richiesto un intervallo di sospensione prima dell’utilizzo alimentare secondo la valutazione regolatoria.
Un’autorizzazione in circostanze eccezionali significa che un vaccino è pericoloso?
No. È una procedura normativa con condizioni e verifiche successive; non dimostra di per sé un rischio sanitario ma non certifica neanche la sicurezza.
Perché gli allevamenti pilota non possono esportare i prodotti?
Le restrizioni riguardano le condizioni sanitarie e commerciali degli scambi internazionali; non dimostrano da sole un problema di sicurezza alimentare.
La cottura elimina ogni frammento genetico?
Non necessariamente. Il calore può inattivare virus e frammentare il DNA.
Che cosa significa applicare il principio di precauzione?
Valutare misure preventive proporzionate quando esistono rischi plausibili e incertezze scientifiche rilevanti, senza pretendere l’impossibile rischio zero.
Prima di chiedere alle persone di fidarsi, non sarebbe meglio metterle nelle condizioni di comprendere? La vera fiducia non nasce dall’assenza di dubbi. Nasce dalla possibilità di verificarli.